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Ambidextrous Organization
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Ambidextrous Organization: sfruttare l’esistente ed esplorare il nuovo senza creare conflitto interno

L’Ambidextrous Organization permette alle aziende di bilanciare exploitation ed exploration, proteggendo il business attuale mentre costruiscono nuove opportunità.
Il modello aiuta a evitare conflitti interni tra chi presidia l’efficienza dell’esistente e chi lavora sull’innovazione futura.
Il vero valore sta nel trasformare il presente in una piattaforma solida per esplorare e costruire il futuro.

L’articolo introduce il concetto diAmbidextrous Organizationcome risposta a una delle tensioni più complesse per le aziende mature: continuare a sfruttare ciò che oggi genera valore senza perdere la capacità di esplorare nuove opportunità.

Un’organizzazione ambidestra non abbandona il presente: lo usa come piattaforma per costruire il futuro.

Il dilemma delle organizzazioni che devono crescere e cambiare allo stesso tempo

Ogni organizzazione matura vive prima o poi una tensione difficile da risolvere.

Da un lato deve continuare a far funzionare ciò che già genera valore. Deve servire i clienti attuali, mantenere margini, ottimizzare processi, rispettare budget, proteggere la qualità e garantire continuità operativa. Dall’altro deve prepararsi a un futuro che potrebbe richiedere competenze, modelli di business, tecnologie, prodotti e modalità di relazione completamente diverse.

È una tensione naturale, ma spesso viene gestita male.

Le aziende chiedono alle stesse strutture di essere contemporaneamente efficienti e sperimentali, prudenti e radicali, stabili e adattive, focalizzate sul risultato trimestrale e orientate alla costruzione del futuro. Il problema è che queste due logiche non funzionano con le stesse regole.

Il business esistente richiede controllo, affidabilità, standardizzazione e miglioramento continuo. L’innovazione richiede esplorazione, incertezza, tolleranza dell’errore e apprendimento rapido.

Quando queste due esigenze vengono confuse, nascono conflitti interni.

Le iniziative innovative vengono giudicate con metriche troppo tradizionali. I team operativi percepiscono l’innovazione come una distrazione. I progetti esplorativi si sentono soffocati dalla burocrazia. Il management oscilla tra entusiasmo per il nuovo e protezione dell’esistente.

È in questo contesto che il concetto diAmbidextrous Organizationdiventa particolarmente utile.

Un’organizzazione ambidestra è un’organizzazione capace di fare due cose apparentemente opposte:sfruttare l’esistente ed esplorare il nuovo.

Non sceglie tra efficienza e innovazione.
Progetta un sistema in grado di farle convivere.

Exploitation ed exploration: due logiche diverse

Per comprendere il significato di ambidestria organizzativa è necessario partire da una distinzione fondamentale:exploitationedexploration.

L’exploitation riguarda lo sfruttamento di ciò che l’organizzazione già conosce. Significa migliorare prodotti esistenti, ottimizzare processi, aumentare efficienza, ridurre costi, consolidare competenze, servire meglio clienti già acquisiti e rafforzare il modello di business attuale.

È il dominio della performance.

L’exploration, invece, riguarda la ricerca di nuove possibilità. Significa sperimentare tecnologie emergenti, esplorare mercati non ancora maturi, validare nuovi modelli di business, costruire competenze non presenti, testare ipotesi, osservare segnali deboli e accettare che molte iniziative non produrranno risultati immediati.

È il dominio dell’apprendimento.

Entrambe sono necessarie.

Un’organizzazione che investe solo in exploitation diventa progressivamente più efficiente nel fare ciò che sa già fare, ma rischia di perdere contatto con il futuro. Un’organizzazione che investe solo in exploration può generare molte idee, ma fatica a trasformarle in valore economico sostenibile.

Il problema strategico non è scegliere tra exploitation ed exploration, ma costruire un equilibrio dinamico tra le due.

Questa è la vera sfida dell’ambidextrous organization.

Perché il conflitto nasce quasi sempre dalle metriche

Molti conflitti tra business esistente e innovazione non nascono da cattiva volontà, ma da metriche incompatibili.

Il core business viene misurato su ricavi, margini, produttività, qualità, efficienza, saturazione delle risorse, rispetto dei budget e riduzione degli sprechi. Queste metriche sono corrette per attività mature, ripetibili e già validate.

L’innovazione, invece, soprattutto nelle sue fasi iniziali, non può essere valutata con gli stessi parametri. Un’iniziativa esplorativa potrebbe non generare ricavi nel breve periodo, avere margini incerti, richiedere investimenti non immediatamente recuperabili e produrre risultati prevalentemente sotto forma di apprendimento.

Se viene giudicata con le metriche del core business, apparirà inevitabilmente inefficiente.

È qui che molte aziende commettono un errore: chiedono all’innovazione di comportarsi come un business maturo prima ancora che abbia avuto il tempo di diventarlo.

Il risultato è prevedibile.

Le iniziative nuove vengono interrotte troppo presto. I team innovativi vengono costretti a giustificare ogni scelta con business case prematuri. I manager del core business le percepiscono come sprechi di risorse. Le persone più orientate alla sperimentazione si frustrano. L’organizzazione conclude che “l’innovazione non funziona”.

Ma spesso non è l’innovazione a non funzionare.

È il sistema di valutazione a essere sbagliato.

Non si può misurare una fase di apprendimento con gli stessi criteri utilizzati per una fase di ottimizzazione.

Un’organizzazione ambidestra comprende questa differenza e costruisce metriche, governance e aspettative coerenti con la natura delle diverse iniziative.

La trappola del “tutto dentro la stessa organizzazione”

Una delle difficoltà principali dell’ambidexterity riguarda la struttura.

Molte aziende cercano di far convivere exploitation ed exploration dentro gli stessi team, con le stesse regole, gli stessi processi decisionali, gli stessi obiettivi e gli stessi sistemi premianti. Apparentemente è una scelta efficiente: si usano risorse già disponibili, si evita duplicazione, si mantiene controllo centrale.

Ma nella pratica può diventare una trappola.

I team che gestiscono il business esistente sono già assorbiti da priorità operative, richieste dei clienti, manutenzione, compliance, efficienza e continuità. Chiedere loro di dedicarsi anche a innovazioni radicali significa spesso aggiungere complessità senza togliere responsabilità.

L’innovazione diventa un’attività residuale, da fare quando c’è tempo. Ma il tempo, nel core business, raramente avanza.

Allo stesso modo, imporre a un team esplorativo le regole del business maturo può soffocare la sperimentazione. Ogni esperimento richiede autorizzazioni, ogni errore diventa un problema, ogni deviazione dal piano viene interpretata come inefficienza.

L’organizzazione ambidestra non nega il conflitto tra le due logiche. Lo riconosce e lo progetta.

La convivenza tra presente e futuro non si ottiene semplicemente mettendoli nella stessa stanza. Si ottiene disegnando interfacce, responsabilità e regole di ingaggio adeguate.

Ambidestria strutturale e ambidestria contestuale

Esistono diversi modi per costruire un’organizzazione ambidestra.

Una prima possibilità è l’ambidestria strutturale. In questo caso l’organizzazione separa fisicamente o organizzativamente le unità dedicate all’exploitation da quelle dedicate all’exploration. Il core business continua a operare con logiche di efficienza, mentre team, innovation lab, venture unit o business unit dedicate lavorano su nuove opportunità con maggiore autonomia.

Questo approccio è utile quando l’innovazione richiede regole molto diverse da quelle del business esistente. Separare permette di proteggere l’esplorazione dalla pressione dell’operatività quotidiana.

Ma la separazione comporta un rischio: creare distanza.

Se l’unità innovativa diventa troppo autonoma, può perdere connessione con le competenze, i clienti, i canali, le operations e le capacità industriali dell’organizzazione madre. In quel caso produce idee interessanti, ma difficili da integrare o scalare.

Una seconda possibilità è l’ambidestria contestuale. In questo caso non si separano necessariamente le strutture, ma si costruisce un contesto organizzativo in cui le persone e i team possono alternare comportamenti orientati all’efficienza e comportamenti orientati all’esplorazione.

Questo approccio richiede una cultura più matura, leadership distribuita, chiarezza strategica, autonomia e sistemi di priorità ben progettati. È più difficile, ma può essere molto potente, soprattutto quando l’innovazione è vicina al core business.

Non esiste una soluzione universalmente migliore.

La scelta tra separare e integrare dipende dalla distanza tra il business attuale e il futuro che si vuole esplorare.

Più l’innovazione è radicale, più può essere utile proteggerla con una struttura separata. Più l’innovazione è adiacente al core business, più può essere efficace integrarla nei team esistenti con regole chiare.

Il ruolo della leadership: tenere insieme logiche incompatibili

L’ambidextrous organization richiede una leadership particolarmente sofisticata.

Non basta promuovere l’innovazione nei discorsi o difendere il core business nei piani economici. Serve una capacità più rara:gestire simultaneamente logiche organizzative diverse senza farle distruggere a vicenda.

I leader devono proteggere il presente, perché senza il presente non esistono risorse per costruire il futuro. Ma devono anche proteggere il futuro, perché senza esplorazione il presente rischia di diventare progressivamente irrilevante.

Questa duplice responsabilità genera tensioni continue.

Quando le risorse sono limitate, il core business tenderà a chiedere più budget per ottimizzare ciò che già funziona. L’innovazione chiederà tempo e investimenti per esplorare ciò che ancora non produce risultati. Entrambe le richieste saranno legittime.

Il compito della leadership non è eliminare la tensione. È renderla produttiva.

Questo significa chiarire quali iniziative appartengono al core, quali sono adiacenti e quali sono esplorative ed evitare che tutte competano nello stesso modo per le stesse risorse. Significa assegnare aspettative diverse a iniziative diverse. Significa costruire momenti di connessione tra chi gestisce l’esistente e chi esplora il nuovo.

La leadership ambidestra non sceglie semplicemente dove investire. Disegna il sistema in cui investimenti diversi possono convivere senza delegittimarsi.

Il caso concreto: la trasformazione di FoodService Italia

Immaginiamo un’azienda ipotetica ma realistica, che chiameremoFoodService Italia.

FoodService Italia è un’impresa consolidata nella distribuzione alimentare per ristoranti, mense aziendali, hotel e piccole catene locali. Il suo successo si è costruito su una rete logistica affidabile, relazioni commerciali solide, capacità di gestire prodotti freschi e un servizio clienti molto vicino al territorio.

Per anni il modello ha funzionato bene.

I clienti ordinano attraverso agenti commerciali, telefonate, email e, in alcuni casi, un portale B2B di base. La forza dell’azienda è la relazione: i clienti conoscono i referenti, gli agenti conoscono le abitudini di acquisto, la logistica riesce a rispondere con flessibilità.

Negli ultimi anni, però, il mercato cambia.

Crescono le piattaforme digitali di procurement. I ristoratori più giovani vogliono ordinare fuori orario. Alcuni clienti chiedono tracciabilità, suggerimenti automatici, disponibilità in tempo reale, prodotti alternativi in caso di stock-out. La concorrenza introduce modelli più digitali, con prezzi dinamici e promozioni personalizzate.

Il core business di FoodService Italia resta solido, ma il management percepisce una domanda strategica: il modello relazionale che ha garantito crescita negli ultimi vent’anni sarà sufficiente anche nei prossimi dieci?

L’azienda decide quindi di costruire una strategia ambidestra.

Sfruttare l’esistente: rafforzare il core business

Nel dominio dell’exploitation, FoodService Italia lavora per migliorare il modello attuale.

Non lo abbandona. Non lo considera superato. Al contrario, riconosce che la rete commerciale, la logistica e la conoscenza dei clienti sono asset fondamentali.

L’azienda investe nell’ottimizzazione delle rotte, nella riduzione degli errori d’ordine, nel miglioramento del customer service e nell’integrazione dei dati tra agenti, magazzini e amministrazione. Introduce strumenti digitali per supportare la forza vendita, consentendo agli agenti di avere visibilità più precisa su storico acquisti, disponibilità, marginalità e promozioni.

Queste iniziative hanno metriche chiare: riduzione dei costi logistici, aumento del livello di servizio, miglioramento della puntualità, riduzione degli errori, incremento del margine per cliente.

Sono interventi di Horizon 1, legati alla performance del business esistente.

L’azienda non sacrifica il presente sull’altare dell’innovazione. Lo rende più forte.

Questo passaggio è essenziale perché spesso l’innovazione viene percepita come una minaccia proprio quando sembra disconoscere il valore di ciò che già funziona. FoodService Italia evita questo errore: parte dal core, lo migliora e lo usa come piattaforma per esplorare il nuovo.

Esplorare il nuovo: una unità digitale protetta

Parallelamente, l’azienda crea una piccola unità dedicata all’esplorazione di nuovi modelli digitali.

Non si tratta semplicemente del reparto IT. Il team include competenze di prodotto, marketing, operations, customer experience, data analysis e alcuni agenti commerciali particolarmente aperti all’innovazione.

Il mandato non è sostituire il canale commerciale tradizionale, ma esplorare una nuova modalità di relazione con alcuni segmenti di clientela.

Il team lavora su una piattaforma digitale più evoluta, pensata inizialmente per piccoli ristoratori urbani, chef indipendenti e locali con forte rotazione del menu. Il nuovo servizio consente di visualizzare disponibilità aggiornate, ricevere suggerimenti di prodotti alternativi, riordinare rapidamente, accedere a offerte personalizzate e pianificare consegne ricorrenti.

Questa iniziativa non viene valutata subito con le metriche del core business.

Nei primi mesi, il management osserva soprattutto il livello di adozione, la frequenza di utilizzo, la qualità degli insight raccolti, la riduzione delle telefonate operative, la capacità di intercettare clienti non serviti efficacemente dal modello tradizionale.

Il team esplorativo può sperimentare, ma non è isolato. Mantiene contatto con logistica, agenti, customer service e direzione commerciale.

L’innovazione viene protetta, ma non separata dalla realtà operativa.

Il conflitto con la rete commerciale

Nonostante le buone intenzioni, il conflitto emerge.

Alcuni agenti percepiscono la piattaforma digitale come una minaccia al proprio ruolo. Temono che il cliente, ordinando in autonomia, riduca il valore della relazione commerciale. Altri considerano il nuovo canale poco adatto al settore, sostenendo che “i clienti vogliono parlare con una persona”.

Il team digitale, dal canto suo, percepisce la rete commerciale come un freno. Ogni proposta viene discussa, rallentata, messa in dubbio. Alcuni esperimenti vengono ostacolati perché non coerenti con le abitudini consolidate.

Questo è il punto critico di ogni organizzazione ambidestra.

Il conflitto non nasce perché qualcuno ha torto. Nasce perché due logiche diverse stanno cercando di convivere.

La rete commerciale protegge un modello che funziona.
Il team digitale esplora un modello che potrebbe funzionare domani.

Se il management lasciasse la tensione irrisolta, l’organizzazione si dividerebbe. Da un lato i difensori del core business, dall’altro i promotori dell’innovazione.

FoodService Italia decide quindi di intervenire non sul conflitto superficiale, ma sul disegno organizzativo.

Disegnare l’interfaccia tra presente e futuro

Il management chiarisce tre elementi.

Il primo riguarda il ruolo della piattaforma digitale. Non nasce per sostituire gli agenti, ma per ridurre attività operative a basso valore e liberare tempo commerciale per consulenza, sviluppo clienti e gestione di opportunità complesse.

Il secondo riguarda le metriche. La rete commerciale non viene penalizzata se un cliente utilizza il canale digitale. Al contrario, l’adozione digitale viene integrata tra gli indicatori di qualità del presidio commerciale, perché un cliente che ordina meglio, con meno errori e più continuità, genera valore per tutto il sistema.

Il terzo riguarda la collaborazione. Alcuni agenti vengono coinvolti nella discovery con i clienti, contribuendo a identificare bisogni reali, ostacoli, linguaggi e funzionalità utili. In questo modo non subiscono l’innovazione, ma partecipano alla sua costruzione.

Questa scelta modifica la percezione interna.

La piattaforma non è più “il progetto del digitale”. Diventa uno strumento per evolvere la relazione con il cliente.

Il conflitto diminuisce quando l’innovazione smette di apparire come alternativa al core business e diventa un’estensione della sua capacità di generare valore.

I risultati della trasformazione ambidestra

Dopo alcuni mesi, FoodService Italia osserva risultati interessanti.

Il core business migliora grazie all’ottimizzazione operativa. Gli errori d’ordine diminuiscono, la disponibilità delle informazioni aumenta, la rete vendita lavora con dati più affidabili.

Nel frattempo, la piattaforma digitale mostra segnali promettenti su segmenti specifici. Non tutti i clienti la adottano, ma quelli più dinamici iniziano a usarla con frequenza. Le richieste ripetitive al customer service diminuiscono. Gli agenti più coinvolti iniziano a usare la piattaforma come supporto alla relazione, non come minaccia.

L’iniziativa esplorativa non ha ancora sostituito il modello tradizionale. Ma ha costruito una nuova capacità organizzativa: servire alcuni clienti attraverso un mix più evoluto di relazione umana, dati e autonomia digitale.

Questo è il vero valore dell’ambidexterity.

Non produrre innovazione come oggetto separato, ma trasformare progressivamente la capacità dell’organizzazione di evolvere.

FoodService Italia non sceglie tra agente e piattaforma. Impara a progettare una relazione cliente più ampia, in cui entrambi possono generare valore.

Gli errori più comuni nelle organizzazioni ambidestre

Il primo errore è creare unità innovative completamente scollegate dal core business. Possono produrre idee interessanti, ma faticano a scalare perché non hanno accesso alle capacità operative dell’organizzazione.

Il secondo errore è non proteggerle abbastanza. Se le nuove iniziative vengono immerse troppo presto nelle logiche del business esistente, vengono soffocate prima di maturare.

Il terzo errore è usare le stesse metriche per tutto. Un progetto di efficienza operativa, una nuova linea di business e un esperimento radicale non possono essere valutati nello stesso modo.

Il quarto errore è sottovalutare la dimensione politica del cambiamento. L’innovazione modifica ruoli, potere, identità professionali e sistemi di riconoscimento. Se questi elementi non vengono gestiti, il conflitto emergerà comunque.

Il quinto errore è parlare di innovazione senza modificare realmente governance, budget, responsabilità e processi decisionali.

L’ambidestria non è una dichiarazione strategica. È un disegno organizzativo.

Il rapporto con Agile e Innovation Management

L’ambidextrous organization ha un rapporto molto forte con Agile e Innovation Management.

Gli approcci Agileaiutano a gestire exploration attraverso cicli brevi, feedback continui, sperimentazione e apprendimento iterativo. Le logiche di Innovation Management aiutano a costruire portafogli di iniziative, distinguere livelli di incertezza, proteggere idee immature e trasformare opportunità in modelli scalabili.

Ma l’ambidexterity aggiunge una dimensione ulteriore: il rapporto tra innovazione e organizzazione esistente.

Non basta avere team Agile.
Né avere innovation lab.
Non basta generare idee.

Serve capire come il nuovo dialoga con l’esistente. Come viene finanziato, misurato, integrato, protetto e scalato. Come evita di essere percepito come minaccia.

In questo senso, l’ambidextrous organization è una delle forme più mature di gestione dell’innovazione, perché riconosce che il problema non è solo trovare nuove idee, ma creare le condizioni perché possano convivere con il sistema che oggi genera valore.

Il futuro non deve distruggere il presente

La lezione più importante dell’ambidextrous organization è che l’innovazione non deve necessariamente nascere contro il core business.

Può nascere accanto, dialogando.
Emergere protetta, ma connessa.
Può utilizzare le risorse del presente per costruire possibilità future.

Allo stesso tempo, il core business non deve diventare una forza di conservazione cieca. Deve riconoscere che ciò che oggi produce valore potrebbe non bastare domani. Deve accettare che una parte dell’organizzazione lavori con logiche diverse, metriche diverse e livelli di incertezza diversi.

Questo equilibrio è difficile, ma necessario.

Un’azienda che sa solo sfruttare ciò che esiste diventa efficiente, ma vulnerabile. Un’azienda che sa solo esplorare il nuovo diventa creativa, ma fragile. Un’organizzazione ambidestra prova a tenere insieme entrambe le capacità.

Il caso FoodService Italia mostra che il conflitto tra presente e futuro non si elimina con una dichiarazione di intenti. Si riduce attraverso un disegno organizzativo coerente: ruoli chiari, metriche adeguate, interfacce ben progettate, leadership capace di proteggere sia il core business sia l’esplorazione.

In ultima analisi, l’ambidestria organizzativa non è la capacità di fare tutto.

È la capacità difare cose diverse con logiche diverse, senza perdere coerenza strategica.

Perché il vero vantaggio competitivo non nasce solo dal difendere ciò che funziona oggi, né solo dall’inseguire ciò che potrebbe funzionare domani.

Nasce dalla capacità di trasformare il presente in una piattaforma per costruire il futuro.

Marco Merlino

Ingegnere con oltre vent’anni di esperienza nel settore dell’Information Technology, Marco Merlino ha costruito un solido percorso manageriale guidato da una visione strategica dell’innovazione e una profonda competenza nei processi di digital transformation. In qualità di CEO di Neosidea Group, ha coordinato programmi complessi di trasformazione digitale e sviluppo tecnologico, ponendo al centro l’integrazione tra business, tecnologia e persone. Nel suo ruolo di CTO e IT Manager per realtà eterogenee – tra cui Giappichelli Editore, importante casa editrice universitaria, e l’Istituto di Medicina Biologica, attivo nel settore sanitario – ha promosso il cambiamento organizzativo attraverso la digitalizzazione dei processi, l’introduzione di sistemi informativi avanzati e la governance di team cross-funzionali. Tali esperienze lo hanno portato a consolidare un approccio al digital management fondato sulla valorizzazione del capitale umano, la cultura del dato e la costruzione di ecosistemi tecnologici scalabili e resilienti. È riconosciuto come esperto di metodologie Agile e Scrum, ambito in cui svolge dal 2014 un’intensa attività come formatore e consulente per grandi aziende e istituzioni. Il suo contributo si è esteso a settori strategici come l’automotive, l’assicurativo e la consulenza direzionale, con incarichi presso FCA, EY, IMA, Replay, tra gli altri. È certificato Scrum Master e Scrum Developer, con una formazione manageriale completata presso SDA Bocconi (Master in IT Management) e la University of California (Managing as a Coach). La sua leadership si caratterizza per una spiccata capacità di guidare l’innovazione con metodo, orientando le organizzazioni verso una gestione proattiva del cambiamento e un’evoluzione continua dei modelli operativi. Combinando competenze tecniche, organizzative e relazionali, Marco Merlino è un punto di riferimento per le aziende che intendono affrontare la sfida della modernizzazione digitale con un approccio concreto, sostenibile e human-centered.
https://www.linkedin.com/in/neosidea/

Amministratore e fondatore del gruppo neosidea
Fondatore e membro del comitato scientifico dell'AIFAG (Ass. Italiana Firma Avanzata a mezzo grafometria e biometria)
Certificazioni: ISIPM, PSM (Professional Scrum Master), PSD, PSPO, CSM, OCA
Formazione specialistica post-laurea: Design Thinking @Università della California, IT Management @SDA Bocconi,

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